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Una riflessione sulla scuola

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Ho appena letto il post del  blog di sabina  e, a caldo, rifletto su quanto da lei scritto. Credo che la complessità del nostro lavoro, per cui tanto difficile appare apportare modifiche consistenti, dipenda da fattori quali:

1) dobbiamo gestire contemporaneamente relazioni di diverso tipo: con la classe, con i singoli alunni, con i colleghi (forse le più difficili!), con il Consiglio di Classe, con i genitori, con una gerarchia che sostanzialmente non ci appartiene (vedi dirigenti, coordinatori di plesso, collaboratori del D.S. ecc…)
2) A questa stessa gerarchia, o pseudo-tale, vengono attribuite (e non affidate) mansioni e caratteristiche manageriali in un contesto, come quello scolastico, che poco o nulla ha da spartire con un’azienda. Il concetto di equipe, quindi, viene confuso, fin dalla sua origine normativa, con quello aziendale di tipo gerarchico, finalizzato alla produzione, concetto non applicabile nel nostro lavoro, in quanto incentrato sullo sviluppo della persona e non del prodotto. Quest’anno mi sono ritrovata ad aggiornarmi sull’autovalutazione di sistema (o scolastica) ed ho potuto appurare che i modelli spesso perseguiti fanno riferimento al CAF, ossia un modello nato per valutare le aziende ed adattato alle scuole. Fortunatamente non sono ancora stati inseriti criteri meritocratici per classificare i docenti, provvedimento che, temo, affonderebbe definitivamente la scuola, la quale piuttosto dovrebbe essere innanzitutto un’istituzione garante della democrazia, una sorta di palestra dell’esercizio democratico. Eppure ciascuno di noi si scontra con una realtà quotidiana in cui mediare, ripeto, soprattutto con i colleghi, per introdurre attività che siano portatrici di sistemi di valori oltre che di sviluppo di competenze appare spesso una fatica di Sisifo. (Per inciso, alcuni miei colleghi si sono dimostrati fortemente contrariati perchè avevo adottato la tecnica del circle time e incentrato l’attività didattica sui diritti umani in una classe in cui la metà dei ragazzi presentava problematiche di diverso tipo, compresi comportamenti bullistici).

3) Altro problema: l’istituzione. In quanto tale, la scuola, purtroppo, è necessariamente destinata a riforme lente, a processi che non si discostino troppo dal sistema in cui è inserita. Tuttavia spesso si ritrova ad inseguire le novità dei tempi, ad arrancare dietro ai cambiamenti sociali, così come è avvenuto nel passato nei periodi di forte cambiamento sociale e ancor più oggi, quando tali mutamenti avvengono secondo una accelerazione vertiginosa. Senza contare la questione atavica del “chi riforma che cosa?” In quanto al “che cosa”, ricordate la commissione dei !saggi”, di cui era membro anche De Mauro, istituita proprio per definire i saperi fondamentali? Seguirono, in seguito, le “competenze europee, riprese in Italia da susseguentesi indicazioni nazionali, tra cui le ultime, ma mai declinate con precisione e con cognizione di causa. Chi riforma a livello governativo, si sa, non ha mai lavorato in una scuola e non può essere consapevole della complessità dei problemi culturali, relazionali, sociali, emotivi, individuali, personali ecc… che vi albergano.

4) Che dire, infine, della valutazione. Stendiamo un velo pietoso sul registro elettronico, foriero di sicure incomprensioni (valutare non è attribuire un voto). Siamo in buona parte responsabili, ogni giorno, della crescita delle persone che ci vengono affidate, ragazzi in continuo mutamento, nei quali le continue tempeste ormonali dell’adolescenza spesso non gli consentono di farsi “ex-ducere” quello che sono, che sanno, che vorrebbero essere o che temono di diventare… Tornando al discorso succitato, di un prodotto puoi giudicare la funzionalità, l’aspetto, il colore, modificarne quell’aspetto che non ti aggrada, ma di un essere umano? Chi potrò mai dirmi con esattezza che se fossi intervenuta in altra maniera avrei ottenuto un risultato migliore o peggiore? Tento, osservo, ascolto, procedo secondo coscienza: questo lo posso fare, ma non mi fido di ricette preconfezionate e propugnate come verità assolute.

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